Condivido una cella d'assassino
con: un divoratore di passato e
un profeta di aldilà che mancherò.

Uomini che assortiscono improbabili
scenografie di assoluto
per specchiare le proprie infelicità; con risoluto arbitrio,
poi, quello degli impalpabili dovrei,
scruto l'orizzonte dei miei possibili.

È violenza sul tempo,
scegliere una delle qualsiasi vie per distrarre
il giudice dall'incombenza dell'inanità,
ritrovando così ancora il profilo dell'io nel dopo;
continuare a dire che io ci sono,
esisto e sostengo
che sia ingiusto vivere senza un assaggio di infinito.

Ma ritrovo, infine, sempre gli stessi pensieri,
come se vita fosse una collezione protocollata
di variazioni sul tema: ogni similitudine
richiede il rigore logico dell'uguaglianza, tuttavia non risolta
in cadenzate domande all'indefinito.

Non si da ragione della baldanza
dell'esistere non interrogato, del ricorso
alla sospensione del giudizio rinviato in eterno.