Protesta con veemenza alienata
dalle pretese della nostalgia:
si rivolgano preghiere ad un vicolo cieco
poichè esiste la velleità del possibile.
L'universo è tuttavia un metodo,
non un campo aperto.
L'estetica della fine, motore di ogni accesso all'ente,
sottende ciascun trionfo:
poichè l'universo è a somma zero
ogni inizio una fine.
Una pioggia di intenti allaga la storia
alla cui chiamata ciascuno risponde sull'attenti
soffocando silenzi riposti nel cassetto della scrivania,
di fianco all'orologio ed alla pistola.
Talvolta ci si prende la briga di ricordare a Dio
che: la carne delle tempie è più debole del proiettile,
la pelle del collo più morbida del rasoio.
E a chi non amasse queste verità, risponde in coro
il trono degli angeli: da mille occhi e note di luce,
antologie di salvezza si risolvono
nell'accettare lo stato della carne, moribonda
nei limiti di ogni adesso.
Mentre ciascun eroe cede a questo ricatto,
una trama di tempo compone il carme per l'umile,
distante dal contemplare il suo mistico incarico.
Sordo al canto delle sirene del rimpianto,
forgia spade più dure della pelle degli angeli.
Non più Cristo, non più agnelli da sacrificare:
poichè nessuno più ascolterà le urla della pistola nel cassetto,
il ruggito di fame dell'orologio,
ma solo la lira, amica della fine anonima
di ogni indefinita iterazione dell'essere.
Al risveglio del mito, il tenero cuore bambino
anela e svela il macchinato destarsi del significato,
atto risoluto del significato sul possibile di ogni mondo.
Tenero principe, ricordi con ansia
tutto ciò che più non fu,
mitigando l'esilio del dolce frutto di un seno.
Scampi dall'ossessione del dopo,
rincasi nel marsupio di un sereno fiordo,
umido di lacrime, bestemmiando l'eterna vittoria
del progetto sulla carne.