È un mattino di inverno
nella nebbia opaca della provincia
senza riuscire a scrollarmi di dosso questa ruggine
di rigore posata dall'estraneità.

Con costante subduzione, affondo tra le pieghe
di me stesso, cristallizzando il fluido ticchettio in
prospettive concordi di passato;
ma cosa ne faremo del futuro?

Cosa ne faremo del non detto, del non visto,
del dovere di esistere non soddisfatto dall'accaduto?

Poichè il possibile toglie spazio al necessario:
soffoca ciò che fu, annegando nelle maglie della storia,
concesso alla fame di ordine
che torce le viscere di ogni cosciente.

Un incubo di rivoluzione paziente è realtà,
spavaldo concerto di sordine
che trasfigura con infinite doglie
il messaggio in prova
l'esistere in sconfitta.